Cavalcare in rima

 

Lo si sente già al cancello,

che alle spalle del maneggio

chiudo il mondo in cui mi atteggio

e faccio finta, per tornare

da me stessa e lavorare

(tra i maestri, il più bello)

con l’aiuto del cavallo.

 

Lascio fuori quella fretta

che è perfetta per vedere,

ma distratta per guardare

come curva sul più bello

la promessa, dentro al collo,

dei suoi fianchi e che aspetta

latitante, ma poi scatta.

 

Quella forza potenziale

equivale al bisogno

di esportare oltre il sogno

la pulsione sacrosanta

di far parte dell’impronta

di un dito universale

che pensò all’animale.

 

Solidali nell’intento,

che migliora l’autostima,

di cercare ciò che esprima

il reciproco piacere

di saper comunicare

quanto sia bello il vento

cavalcando quell’istinto.

 

E’ nel branco che si sente

l’equilibrio del binomio,

che misura il comprendonio

tra cavallo e cavaliere,

quel lieto appartenere

che difficile e paziente

arrotonda schiena e mente.

 

In salita fa da spinta

quel che sale fino al cuore

quando vedi l’istruttore

della curva, farne parte,

innamorato di quest’arte,

contagia la sua grinta

a essere e non far finta.